Il marocchino in galera per Yara? «Legalizziamo il lanciafiamme», «Io opterei per Mengele». (via ilNichilista)
Mi vergogno di essere veneto!!
E pensare che fino a 70 anni fa eravamo considerati mezz’uomini nei paesi dove immigravamo per fame, trattati al pari delle bestie, diventavamo il capro espiatorio in occasione di ogni efferato delitto.
La grande rimozione!!
via ilNichilista
Di nuovo, considerate di nuovo
L’Italia è uno strano paese, addormentato, assopito, rimbambito, si risveglia bruscamente, davanti a fatti come quelli di Rosarno, come chi riceve una manganellata alle spalle !!!
Ringrazio Adriano Sofri per aver dato parola a sentimenti che da anni inquietano il mio spirito!!
Di nuovo, considerate di nuovo
Se questo è un uomo,
Come un rospo a gennaio,
Che si avvia quando è buio e nebbia
E torna quando è nebbia e buio,
Che stramazza a un ciglio di strada,
Odora di kiwi e arance di Natale,
Conosce tre lingue e non ne parla nessuna,
Che contende ai topi la sua cena,
Che ha due ciabatte di scorta,
Una domanda d’asilo,
Una laurea in ingegneria, una fotografia,
E le nasconde sotto i cartoni,
E dorme sui cartoni della Rognetta,
Sotto un tetto d’amianto,
O senza tetto,
Fa il fuoco con la monnezza,
Che se ne sta al posto suo,
In nessun posto,
E se ne sbuca, dopo il tiro a segno,
“Ha sbagliato!”,
Certo che ha sbagliato,
L’Uomo Nero
Della miseria nera,
Del lavoro nero, e da Milano,
Per l’elemosina di un’attenuante
Scrivono grande: NEGRO,
Scartato da un caporale,
Sputato da un povero cristo locale,
Picchiato dai suoi padroni,
Braccato dai loro cani,
Che invidia i vostri cani,
Che invidia la galera
(Un buon posto per impiccarsi)
Che piscia coi cani,
Che azzanna i cani senza padrone,
Che vive tra un No e un No,
Tra un Comune commissariato per mafia
E un Centro di Ultima Accoglienza,
E quando muore, una colletta
Dei suoi fratelli a un euro all’ora
Lo rimanda oltre il mare, oltre il deserto
Alla sua terra –“A quel paese!”
Meditate che questo è stato,
Che questo è ora,
Che Stato è questo,
Rileggete i vostri saggetti sul Problema
Voi che adottate a distanza
Di sicurezza, in Congo, in Guatemala,
E scrivete al calduccio, né di qua né di là,
Nè bontà, roba da Caritas, nè
Brutalità, roba da affari interni,
Tiepidi, come una berretta da notte,
E distogliete gli occhi da questa
Che non è una donna
Da questo che non è un uomo
Che non ha una donna
E i figli, se ha figli, sono distanti,
E pregate di nuovo che i vostri nati
Non torcano il viso da voi.
Adriano Sofri
Stato di Diritto?
Viviamo in uno stato di diritto, come dovrebbe insegnare l’educazione civica, il quale ha nella divisione dei poteri uno dei suoi elementi costitutivi. Allo stesso tempo abbiamo un Governo e un parlamento, due degli organi detentori dei suddetti poteri, che insistono nel affermare che la magistratura, l’organo esecutivo del potere giudiziario, quando svolge la sua funzione separatrice, tentando di giudicare attraverso le procedure giudiziarie, persone che svolgono incarichi di primo piano, nell’ambito del potere esecutivo e legislativo, sta attuando contro la divisione stessa dei poteri in quanto è “politicizzata”, condizionata da chi attraverso il parlamento (potere legislativo) cerca di rappresentare la vox populi (Di Pietro). D’altra parte non si può negare che Governo e parlamento oggi in carica, non stiano condizionando con leggi e decreti il potere giudiziario, ad esempio con le norme sul processo breve, tentando di modificare le regole del gioco non a vantaggio dello stato di diritto, previsto dalla nostra costituzione, ma contro di esso in quanto finalizzate ad impedire lo svolgimento di procedimenti giudiziari, che riguardano membri dell’esecutivo, mi domando:
se, alla luce della nostra carta costituzionale, che prevede la separazione dei poteri, queste leggi sono incostituzionali, perché il presidente della repubblica non le rinvia al parlamento come tali?
Inoltre mi chiedo sul piano del diritto costituzionale quali siano i contrappesi, previsti dalla nostra costituzione per controbilanciare i poteri dello stato, in modo particolare tra il potere giudiziario e gli altri? Tecnicamente è possibile promulgare delle leggi in grado sostanzialmente di annullarne la divisione?
Comunicato stampa Comunità delle Piagge
Firenze, 28 ottobre – «Scandalo e indignazione» per l’allontanamento di Alessandro Santoro, prete alle Piagge, deciso lunedì scorso dal vescovo Giuseppe Betori. E’ il sentimento espresso dalla Comunità di base delle Piagge riunita in assemblea ieri sera al centro sociale Il Pozzo nella periferia ovest di Firenze. L’incontro era stato organizzato per conoscere la decisione presa nei confronti di Santoro, anticipata invece dalla curia alla stampa prima ancora che lo stesso sacerdote potesse comunicarla alla sua gente.
L’assemblea ha prodotto un documento in cui si afferma: «In quanto parte della comunità cristiana non ci sentiamo né “sconcertati” né “confusi”, come dichiarato da Betori in merito alla celebrazione del sacramento del matrimonio di Sandra e Fortunato. Eravamo invece partecipi della scelta presa. Siamo, al contrario, estremamente “sconcertati”, “confusi”, oltreché scandalizzati, che la decisione di allontanare Alessandro dalle Piagge sia arrivata senza che il vescovo, ad un anno dalla nomina a Firenze, abbia sentito la necessità di incontrare e conoscere da vicino la nostra realtà.»
«Il vescovo ha inoltre affermato che il matrimonio tra Sandra è Fortunato “genera inganno” nei loro riguardi. Vorremmo chiarire invece – dice il documento – che i due sposi erano pienamente consapevoli che il matrimonio sarebbe stato purtroppo invalidato dalla Chiesa. E anche noi lo eravamo. Nonostante questa consapevolezza è stato comunque deciso di celebrarlo.»
«Vogliamo dire altrettanto chiaramente a tutte e a tutti, anche al vescovo, che il nostro lavoro sul territorio, condiviso e costruito quotidianamente con gli abitanti del quartiere, e non solo, va avanti» – continua la nota. «E’ per noi inconcepibile fermare anche solo per un’ora quel laboratorio di innovazione sociale, quel mosaico di attività che ogni giorno si ricrea lungo la via Pistoiese: dal doposcuola per i bambini alla scuola di alfabetizzazione per adulti e stranieri; dal recupero e riciclaggio dei rifiuti all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate; dal commercio equo e solidale al fondo di microcredito; dal giornale l’Altracittà alla casa editrice Edizioni Piagge. Quel luogo di aggregazione e di sostegno rappresentato dal centro sociale Il Pozzo è la spina dorsale della Comunità e non sarà piegato da nessuna volontà esterna».
«Ci chiediamo quindi – continua il documento – perché queste attività debbano essere colpite, invocando il diritto canonico, sollevando Alessandro anche dagli incarichi sociali rivestiti all’interno dell’associazione Il Muretto e delle cooperative Il Cerro e Il Pozzo».
«Vorremmo che da oggi, ancor più che nel passato – conclude la Comunità delle Piagge – tutto il nostro impegno possa diventare sempre più patrimonio condiviso e partecipato di chi vive la città di Firenze, di coloro che credono in una Chiesa capace di sporcarsi le mani con gli ultimi, di tutti quelli che difendono la dignità umana.»
Samosa dolce
100 gr. Burro (50 per la massa e 50 per il ripieno)
300 gr. Farina bianca
1 cucchiaino di sale
200 ml di acqua (volendo la metà di acqua e la metá di yogurt)
Fare la massa lavorando il burro con la farina e aggiungere piano piano gli altri elementi fino a formare una massa uniforme e compatta lasciarla a riposo per una mezz’ora.
Ripieno: cucinare 5 mele a fuoco lento con poca acqua e tagliati a cuadretti piccolini, aggiungere il restante burro con i cucchiaio di cannella, mezzo di jenjibre, mezzo di cardamomo, 6 cucchiai di zucchero o il doppio di uvetta.
Fare dei cerchi di massa fina mettere nel mezzo le mele e chiudere molto bene i samosa, schiacciando con una ferchetta quindi friggerli con olio di semi o ghee.
p.s. con la stessa massa e ripieno si può fare un empanada
Rethink Afghanistan
Da alcuni giorni sta circolando nei social networks d’oltreoceano come twitter, facebook, ma anche nei blogs e all’interno delle reti stop-the-war il film-documentario
Rethink Afghanistan, uno dei pochi film d’avanguardia che mette a fuoco le questioni chiave della global war on terror intrapresa da Bush dopo l’11 settembre.
Prodotto dal regista Robert Greenwald Rethink Afghanistan è stato rilasciato in retelibero da copyright ed è attualmente utilizzato nelle strategie mediatiche del movimenti stop-the-war per lanciare le mobilitazioni contro la guerra di quest’autunno.
In sei segmenti cinematografici il regista smonta le motivazioni che il governo americano ed la coalizione di stati stanno da anni sostenendo per continuare ed implementare la macchina bellica in Afghanistan. Gli episodi, alcuni di lunghezza inferiore ai due minuti, circolano virtuosamente nelle reti e vengono ripresi e proiettati dagli utenti stessi.
La tesi centrale del film è che la presenza in afghanistan non fa altro che aumentare l’insicurezza globale e quella dei cittadini stessi statunitensi. Il documentario attraverso immagini inedite, interviste a cittadini afghani, docenti, ex-agenti della CIA solleva le questioni delle vittime civili, dei diritti delle donne e del concetto di sicurezza stessa degli Stati Uniti.
Las ideas de Simón Rodríguez: “Para enseñar a pensar”
Hacen pasar el autor para loco. Déjesele trasmitir sus locuras a los padres que están por nacer. Se ha de educar a todo el mundo sin distinción de razas ni colores. No nos alucinemos: sin educación popular, non habrá verdadera sociedad. Instruir no es educar. Enseñen, y tendrán quien sepa; eduque y tendrán quien haga. Mandar recitar de memoria lo que no se entiende, es hacer papagayos. No se mande, en ningún caso, hacer a un niño nada que no tenga su “porque” al pie. Acostumbrado el niño a ver siempre la razón respaldando las órdenes que recibe , la echa de menos cuando no la ve, y pregunta por ella diciendo: “¿Por qué?”. Enseñar a los niños a ser preguntones, para que, pidiendo el porqué de lo que le se manda hacer se acostumbre a obedecer a la razón: no al a autoridad, como los limitados, ni a la costumbre como los estúpidos.
En las escuelas deben estudiar juntos los niños y las niñas. Primero, porqué así desde niños los hombres aprenden arepetar a ls mujeres ; y segundo, porque las mujeres aprenden a no tener miedo a los hombres. Los varones deben aprender los tres oficios principales. albañilería, carpintería y herrería, porqué con tierras, maderas y metales se hacen las cosas más necesarias. Se ha de dar istruccíon y oficio a las mujeres, para que no se prostituyan por necesidad, ni hagan del matrimonio una especulacíon para asegurar su subsistencia. Al que no sabe, cualquiera lo engaña. Al que no tiene, cualquiera lo compra. (1826)
Este hombre hace casi dos siglo habla de educacíon mejor que muchos programa escolar del siglo XXI
La familia de Felipe IV, o Las Meninas

Retrato de la infanta Margarita, hija de Felipe IV (1605-1665), rodeada de su servicio o “familia” en una sala del Alcázar de Madrid.
El cuadro más famoso de Velázquez encierra una compleja composición construida a partir de una admirable habilidad para el uso de la perspectiva, de la plasmación de la luz y de la representación de la atmósfera.
Las interpretaciones sobre el tema y la plasmación del mismo han sido múltiples. Las más numerosas subrayan la reivindicación de la nobleza de la pintura frente a las prácticas artesanales. Velázquez se autorretrata pintando el propio cuadro a la izquierda del lienzo, afirmando así la supremacía del arte de la pintura. La infanta Margarita (1651-1673), vestida de blanco, aparece rodeada en el centro de la composición por sus damas de compañía, las “meninas” María Agustina de Sarmiento e Isabel de Velasco, dos bufones de la corte, María Bárbola y Nicolasito Pertusato, y un perro mastín. Detrás de ella, aparecen conversando un guardadamas, la dueña Marcela de Ulloa, y, en la puerta, al aposentador José Nieto.
Los reyes, Felipe IV y Mariana de Austria (1634-1696), se reflejan en el espejo del fondo, dando lugar a un juego espacial de extraordinaria complejidad.

